13 Marzo 2009

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI 70

Non lo avevo capito.
No no.
Non sono stata abbastanza sveglia, perché mi era proprio sfuggito, e anche il calendario mi inganna in continuazione.
Viviamo negli anni 70! Sveglia gente! L'Apollo 13 è appena rientrato avventurosamente, Battisti canta ancora Mogol, Mina canta ancora Battisti in tv, De André è in tournée con la PFM, Kissinger ha ritirato or ora il Nobel e gli Usa si sono liberati da poco di Nixon. Senza contare che sono appena arrivate le notizie della morte di Casalegno e del rapimento di Aldo Moro. Nel frattempo studenti di destra e di sinistra si picchiano a Palazzo Nuovo.
Giusto l'altro giorno, data che il calendario erroneamente riportava come 9 marzo 2009, il Fronte Universitario d'Azione Nazionale, il FUAN, ha cercato di installarsi con un banchetto propagandistico a Palazzo Nuovo in vista delle elezioni universitarie e i componenti dei vari collettivi autonomi si sono opposti, prima con uno striscione e poi con qualche uovo.
I ragazzi del FUAN si appellano alla democrazia, accusando quelli dei collettivi di precludere loro la libertà di parola. Questi, dal canto loro, rispondono che la n. XII delle Disposizioni Transitorie e Finali della nostra Costituzione recita letteralmente "È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista" e nonostante la negazione (ridicola?) di legami col succitato partito cercano di sbattere loro la porta in faccia. Non ci riescono perché gli altri sono accompagnati, o meglio scortati, dalla Polizia, che li ha caricati.
Facciamo un piccolo sillogismo.
Il FUAN è nato come ramo universitario del Movimento Sociale Italiano e durante la "svolta di Fiuggi", nel 1995, è diventato Azione Universitaria, parte integrante di Azione Giovani, la formazione giovanile di Alleanza Nazionale; alcune formazioni locali, come quella di Torino, preferiscono però utilizzare ancora il nome tradizionale.
AN è recentemente confluita nel Popolo delle Libertà, il partito che attualmente detiene la maggioranza assoluta in Parlamento ed è al governo. In Parlamento AN ha nel Presidente della Camera il suo esponente più illustre, Gianfranco Fini, non solo per il ruolo che ricopre attualmente, ma per i suoi trascorsi. E' uno dei pochi politici di professione rimasti, era il delfino di quel politico di razza che, piaccia o meno, è stato Giorgio Almirante; è un personaggio di una certa rilevanza nel panorama politico del Paese, insomma. E' lo stesso che in visita in Israele, allo Yad Vashem, ha definito il Fascismo come "parte del male assoluto" e le Leggi Razziali del 1938-39 come "un'infamia". Sarà pur vero che "quando c'era lui i treni partivano in orario", ma erano carichi di Ebrei da gasare in Polonia.
Il sillogismo a cui volevo giungere pertanto è questo: può questo governo far proteggere dalla Polizia in assetto antisommossa uno sparuto gruppetto di aderenti ad una delle sue frange, considerando anche che questi dimostrano di vivere nel passato (in parallelo ai Comitati Leninisti Operai e company, aggiungo)? Se FUAN=AN, AN=PDL e PDL=Governo, può quest'ultimo tutelare la propaganda di chi entra nella sede delle facoltà umanistiche di Torino facendo il saluto romano? Può ignorare o fingere di ignorare che anche se il FUAN non si chiama ufficialmente Partito Fascista 2 de facto si autodefinisce fascista*? Può altresì ignorare il punto XII delle Disposizioni Transitorie e Finali e non predere provvedimenti? Può questo stesso governo utilizzare le Forze dell'Ordine come un'arma contro chi ha un pensiero difforme dal proprio e da quello dei suoi simpatizzanti? Può il tutto passare praticamente inosservato nelle tv nazionali?
Lungi da me difendere cretini, perchè di semplici cretini si tratta, di ogni schieramento, che arrivano alle mani senza motivo; lungi da me difendere il Rettore dell'Università di Torino, che sembra essere completamente all'oscuro dell'ingresso della Polizia che egli stesso avrebbe dovuto autorizzare di persona; lungi da me pronunciarmi a favore dell'una o dell'altra parte, ma penso che sia necessario un intervento in materia di reati d'opinione e violazioni costituzionali, per TUTTI, per la destra che fa il saluto romano e per la sinistra che non vorrebbe liste di destra all'Università, che è comunque un luogo pubblico a cui chiunque ha il diritto di avere accesso a tutti i livelli, nei limiti della legalità.
Senza dimenticare una cosa che farebbe un gran bene a tutti: una bella lezione di storia d'Italia.



*Da http://www.ilfronte.org, sezione Chi siamo . "...attualmente, sarebbe anacronistico definirsi fascisti. Ma paradossalmente non possiamo negare che se inostri ideali (Dio, patria, famiglia, fratellanza, lavoroecc) in cui crediamo hanno avuto la massima esaltazione nel ventennio fascista, allora analizzando bene possiamo dire che la nostra ideologia è fascista. ATTENZIONE: ti ripeto che non ci si può definire fascisti al giorno d'oggi, poichè siamo in un contesto culturale, storico e sociale totalmente differente rispetto agli anni 30, però sta di fatto che se crediamo in quegli ideali, non possiamo fare altro che prenderne atto e renderci conto che sono ideali su cui siè fondata l'intera dottrina fascista e su cui si sono creati 20 anni di Storia.
 
25 Febbraio 2009

AGAIN? NO, THANK YOU...

E' incredibile, come le persone capiscano fischi per fiaschi da un link.
Un semplice link, niente di che.
Le persone che appartengono al passato e che non sembrano volerci restare invece si sentono tirate in ballo...
E' strano, perchè una canzone che ti piace può diventare un casus belli se un tempo l'hai condivisa con qualcuno, ma dopo tanto tempo perchè l'altra persona non riesce nemmeno a pensare che può essere diventata solo una canzone che ti piace? Lenny Kravitz non può essere nelle mie grazie se non sto con te? -.-
La cosa che mi ha più stupita è stato l'uso della parola magica, quella che non ti sei mai premurato di usare quando avresti dovuto... Ti darò una lezione che io stessa ho imparato non da troppo tempo, ma che mi è servita ad essere più stabile. Non meno emotiva, solo più equilibrata nell'espressione e nella gestione delle emozioni.
A volte non si amano più le persone, si amano i ricordi che questa persona ci suscita quando la vediamo, i momenti di gioia trascorsi insieme che ci ritornano alla mente. Se amassimo ancora faremmo di tutto per stare con quella persona, se amassimo davvero niente ci impedirebbe di riprovare per l'ennesima volta a rimettere insieme i cocci. Se ce ne stiamo immobili ad aspettare che la scottatura passi non amiamo, ci stiamo solo leccando le ferite e ogni tanto facciamo appello ai ricordi per lenire un po' il dolore. Lo facciamo sempre di meno finchè il dolore scompare. Io sono fuori addirittura da questa fase, non ti penso più, non mi interessi più. Sei un ricordo, che si allontana sempre più giorno dopo giorno. Penserai che sono una stronza, che ero meno coinvolta di te, ma sai bene chi tra i due si è comportato male e sai altrettanto bene che non sono io quella che deve rimproverarsi qualcosa.
Non mi interessano le recriminazioni, non mi interessano più, ho ben altro di cui preoccuparmi.
Leggiti "Jack Frusciante è uscito dal gruppo" e concentrati su questa frase: a volte si ama solo nel ricordo...
Saluti

P.S.: Ai pochi lettori di questo blog: ho trascurato parecchio ultimamente, spero di fare di meglio in futuro. Intanto vi dedico la canzone della discordia, wondering if I'll ever see you again ("you" nel senso di lettori...)


 
23 Dicembre 2008

PRIVO DI TITOLO

Ho dentro un'amarezza incontenibile.
Di quelle che ti rimangono sospese nello stomaco e sembrano avvelenare ogni boccone, ogni sorso d'acqua che mandi giù.
Mi sento tagliata fuori? Fuori da cosa?
Da troppo.
Dalla gente, in modo del tutto immotivato.
Da gente che dichiara di volerti bene, che ti ha detto che eri importante e invece non valevi niente, ai suoi occhi.
Da gente che ti elimina dalla sua vita con un semplice clic del mouse, che non gliene importa niente di come stai tu, che si comporta in modi del tutto scorretti e se si guarda allo specchio sta comunque bene, perchè crede di aver, in questo modo, salvaguardato se stessa (il nome "gente" è femminile, ma sappiamo bene che c'è gente maschio e gente femmina).
Tu vai a ricercare nella memoria i possibili misfatti che potresti aver compiuto, ma non li trovi, perchè non hai fatto niente, sei stata solo te stessa.
La gente ti giudica, ti massacra, ti disseziona, ti disintegra pezzo per pezzo, se è il caso ti sfrutta, ti succhia ogni goccia di linfa vitale, ti calpesta nei tuoi sentimenti più profondi e poi... ti mette in un angolo, come una bambola con la quale si è stancata di giocare. Gente alla quale hai dato molto e dalla quale avresti voluto, se non altrettanto, almeno un po'.
La gente però non investe sui sentimenti, e non parlo solo di quelli romantici. La gente si rinchiude negli inverni nucleari eterni della sua anima, la stessa anima in cui tu avevi visto il sole e dove invece regnano il silenzio ed il gelo, ed un candore che invece di trasmettere serenità da inquietudine. Perchè è un candore asettico, di chiusura; sporco, se vogliamo, del "sangue" di chi è stato sacrificato in nome di questa perfezione da cartolina, tutta finta, tutta di plastica. Come una stanza bene ordinata, ma non perchè il proprietario sia preciso per natura, ma perchè non ci mette piede nemmeno lui in quella stanza. Figuriamoci gli altri, ai quali sbarra la strada.
Io mi sento così da molto tempo.
Tutte le volte che sono arrivata sulla soglia di un'anima sono stata mandata via, allontanata.
Io però sono stupida, sono una maledetta idiota, un'inguaribile ingenua.
"È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e
inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. [….]
quando guardo il cielo, penso che tutto volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità".
La ragazzina che ha scritto queste righe sul suo diario è morta in un campo di concentramento.
C'è campo e campo.
C'è gente che si costruisce il suo campo di concentramento personale dentro di sé, dove mette tutti quelli che considera in qualche modo pericolosi perchè rappresentano il "troppo" che sono incapaci di gestire, perchè c'è chi nei "troppo" ci si tuffa di testa, normalizzandoli, stabilizzandoli, mettendosi sull'altro piatto della bilancia e facendoli passare da "troppo" ingestibili a "quotidianità" che in sé trasporta il valore aggiunto del "troppo".  Il troppo bene, il troppo bello, il troppo amore, la troppa amicizia, la troppa allegria, la troppa tristezza, il troppo aver bisogno degli altri, eccetera.
La troppa gioia spalmata su tanto tempo potrebbe voler dire un po' di gioia ogni giorno, per esempio.
Mi sento dilaniata, perchè vorrei dire e fare e mi viene impedito anche di dire e fare, perché sarebbe come dire e fare contro ad un muro che tanto più in là non potrei spostare.
Ci sono momenti in cui ripenso a quando ho avuto l'incidente e sono stata in ospedale, e mi rendo conto che è lì che sono diventata una persona "migliore", è stato lì che sono riuscita ad empatizzare, a comprendere il dolore altrui. Adesso, che ho di nuovo un problema di salute, vorrei poter comprendere non solo il dolore ma anche le motivazioni profonde degli altri, ma per un motivo egoistico. Sapere mi aiuterebbe a stare meno male.

 
11 Ottobre 2008

CARO BENEDETTO XVI...

...Eluana, in barba ai suoi divieti, fa da sé.
Lei, per una volta, abbia il decoro di tacere qualunque cosa accada.

 
03 Ottobre 2008

CAPITOLO 1

Il vecchio prete si guardò alle spalle per l’ennesima volta.

L’uomo che lo seguiva da quattro isolati non lo mollava.

Cercò di accelerare il passo, ma rimase schiacciato dalla fatica: li separavano ormai meno di quindici metri e poco meno di cinquant’anni.

Padre Hans Von Weber si accorse di ansimare. E di tremare di paura.

Tutti gli sforzi per non essere trovato erano stati vani.

Aveva cambiato nome e preso i voti subito dopo la Seconda Guerra Mondiale; aveva trascorso quarant’anni in Sud America spostandosi da una missione all’altra, occupandosi degli ultimi tra gli ultimi della Terra. Il suo ritorno in Germania, ventitré anni prima, lo aveva condotto in tre parrocchie di campagna e in una di queste viveva, in Assia, a settanta chilometri dalla sua città natale, Francoforte.

I suoi protettori non avevano mai mancato di aiutarlo; per tutti gli anni passati da fuggiasco aveva sempre sentito la presenza invisibile della Mano di Dio, una mano che non aveva esitato ad uccidere per lui.

In quel momento però era solo. Completamente solo ed indifeso, e sfuggire a quell’uomo era impensabile.

Sentì qualcosa di duro puntare energicamente contro la sua schiena e sussultò. Era stato raggiunto.

- «Chi sei?»

- «Questo non ha importanza, maggiore Hartmann.»

- «Si sbaglia, signore. Il mio nome è Hans Von Weber, ha sbagliato persona.» Aveva la fronte imperlata di sudore.

Una mano d’acciaio gli stritolò il braccio destro all’altezza del gomito.

- «È curioso, padre Von Weber… vede, per quanto ne so io lei è il Hans Hartmann, maggiore della Luftwaffe, pilota pluridecorato considerato il Barone Rosso della Seconda Guerra Mondiale… è davvero curioso, non crede?»

- «Lei si sbaglia! Non sono la persona che sta cercando!» Ormai era paonazzo in volto. «Io sono un uomo di Dio!»

Una lunga auto nera accostò  e l’uomo vi cacciò dentro il vecchio senza troppi complimenti, nonostante questi avesse cercato di divincolarsi con le poche forze rimastegli. Una volta dentro, si schiacciò il più possibile contro la portiera opposta a quella dalla quale era entrato, tentando di aprirla inutilmente.

- «Non si agiti, maggiore, non le servirà. Lei mi dirà tutto quello che voglio sapere.»

- «La prego, sono solo un umile servo del Signore, un uomo di Dio…»

- «Oh, lei è sicuramente un uomo di Chiesa, maggiore, ma non un uomo di Dio. Glielo garantisco, così come le garantisco che smetterà di zappare nella vigna del Signore se non collaborerà».

Detto questo, l’uomo bussò per tre volte contro il separé che li divideva dal’autista e l’auto partì. Fu allora che il maggiore Hans Hartmann si rese conto che attraverso quei finestrini oscurati avrebbe visto per l’ultima volta il pallido sole autunnale dell’Assia.

 

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James Clayton cercò di spremere dal flacone i pochi rimasugli di shampoo.

Devo ricordarmi di comprarlo, accidenti.

Si insaponò i capelli fischiettando, seguendo la musica diffusa dalle casse sparse per tutta la casa. Eseguì l’assolo di chitarra di “Child in time” e proprio durante gli ultimi accordi gli parve di sentire un rumore.

Ma che danno da mangiare al bambino quelli del piano di sopra? Un giorno o l’altro me lo vedrò piovere in cucina.

 

L’uomo si accomodò su una delle tre poltrone del salotto. Non aveva intenzione di mettere fretta a Clayton, avevano tutto il tempo del mondo.

La voce di Ian Gillan sfumò lentamente.

Magnifico.

“Made in Japan”, uno dei live più celebrati della storia della musica. L’uomo già pregustava il pezzo successivo quando la casa fu invasa da note chiaramente punk.

“We are Godzilla, you are Japan”.

Le analogie tra i Deep Purple e Lost Prophets si fermavano alla nazione orientale citata, per i giovani punk il paragone era una lotta persa in partenza. Il talento dei Deep Purple brillava ancora dopo quarant’anni, quello dei  Lost Prophets era ancora tutto da dimostrare.

In fondo al frastuono sentì un rumore metallico. Era la porta del bagno che si apriva. Clayton fischiettava allegramente. L’uomo ridacchiò, pensando al padrone di casa. Aveva ben poco di cui gioire, e poco dopo l’avrebbe scoperto.

 

James Clayton uscì dal bagno con solo un asciugamano intorno alla vita e si recò direttamente nella sua camera da letto. Lì rimase completamente nudo e si guardò nello specchio dell’armadio.

Sono ancora troppo magro.

Era stato da un dietologo qualche mese prima, sperando di riuscire ad acquistare un po’ di peso, ma i risultati tardavano ad arrivare. Quando era particolarmente preso da ciò che stava facendo al computer dimenticava di mangiare. E succedeva troppo spesso.

Non per niente sei quindici chili sotto il tuo peso forma, brutto idiota.

Nonostante andasse ormai per i trentuno, aveva ancora l’acne. Poca, ma c’era ancora, come se la sua pelle volesse ricordargli che a voler vivere come un ragazzino rischiava di restarlo per sempre, almeno dal punto di vista estetico.

Si infilò un paio di larghi boxer, pantaloni di velluto a coste, una t-shirt a maniche lunghe e sopra quella un maglione, completando la mise con le solite sneakers. Asciugò ancora un po’ i capelli e li ravviò con la mano. Un vecchio compagno di college l’aveva invitato a bere una birra in un pub chiamato “Buckingham Palace”. Spense lo stereo da uno dei sensori periferici col telecomando e si mosse verso il salotto.

Andrò benissimo così, non devo mica incontrare la regina…

 

- «Ah, bene. Per fortuna si è già vestito»,constatò l’uomo. Aveva scelto la vista migliore: dalla grande portafinestra di fronte a lui ci si beava di Westminster Abbey illuminata ad effetto. «Io metterei il cappotto, James. Londra in autunno non è così calda.»

Clayton era fermo sulla soglia della stanza, il volto fisso in un’espressione di panico.

- «Lei chi è? Come ha fatto a entrare?» La sua voce suonò isterica alle sue stesse orecchie.

La pistola che lo sconosciuto gli puntò addosso lo impressionò ancora di più. La canna scattò un paio di volte verso la poltrona di fronte a quella dell’uomo, e Clayton accolse riluttante l’invito a sedersi.

- «Si riposi un minuto con me, James. Parliamo.»

Dall’altra parte, silenzio.

- «Lei sa perché sono qui, vero?»

- «Sinceramente, no.»

- «”Sinceramente no”?», lo scimmiottò l’altro. «Lei è un attore fantastico. Se non sapessi che sta mentendo le crederei sulla parola. Che lavoro fa, James?»

- «Perché?»

- «James, mi sembrava superfluo specificare che sono io a fare le domande, qui.»

- «Sono un consulente informatico.»

- «La sua copertura fa schifo, James. La sua dichiarazione dei redditi non le permetterebbe di comprare neppure una delle casse del suo impianto audio-video, figuriamoci se un geek come lei potrebbe aspirare ad un appartamento nella City senza un aiutino… Per chi lavora, James?»

- «Sono un… consulente informatico, gliel’ho già detto.» Tremava.

- «Mettiamola così, James. Io so per chi lavora, la smetta di mentire e si calmi. Non ho intenzione di farle del male. Per ora.» L’uomo si alzò in piedi ed obbligò Clayton ad imitarlo con un solo sguardo. «Prenda il soprabito, lei verrà con me.» Attese imperturbabile che  Clayton indossasse il lungo loden abbandonato sull’unica poltrona vuota e lo condusse fuori dall’appartamento continuando a tenerlo sotto tiro. «Le ho già fatto i complimenti per l’impianto? Bang & Olufsen, ottima scelta…»

 

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Raimundo Escobar si sentiva pieno come un uovo.

La sua cuoca si era superata, quella sera, preparandogli tutti i suoi piatti preferiti: la torta di albicocche aveva concluso una cena superba, all’interno della quale non aveva visto un solo alimento non proveniente dalla sua hacienda.

La sua enorme tenuta nelle Asturie meridionali rappresentava una parte esigua del suo patrimonio, ma era ciò di cui andava più fiero. Le Asturie erano una terra bella quanto difficile, e riuscire ad ottenere tanto dalle sue coltivazioni e dal suo bestiame era un traguardo per lui, un tempo poverissimo figlio di quelle montagne.

Lasciò la tavola ed andò a sedersi nel patio antistante la sala da pranzo. Era autunno inoltrato ma la Spagna quella sera non smentiva la sua mitezza: la temperatura era gradevole ed Escobar si sporse dalla balconata, rimirando per l’ennesima volta le sue amate terre.

Sono un uomo immensamente fortunato.

 

L’uomo attese che la cameriera avesse finito di sparecchiare, poi si introdusse silenziosamente nella grande sala, scivolò oltre le lunghe tende bianche e si trovò di fronte la schiena di Escobar.

Dilettanti.

Farlo fuori sarebbe stato un gioco da ragazzi, ma lui non era lì per quello.

- «Buonasera, señor Escobar.»

Lo spagnolo si voltò verso la voce priva di accento che l’aveva chiamato. Quando ne vide il proprietario fece una smorfia di disappunto.

- «Mi scusi, ma non aspettavo visite. Il personale di servizio non mi ha nemmeno avvisato…. » Si avvicinò e strinse gli strinse la mano con convinzione. «Non credo di averla mai incontrata prima. Io sono Raimundo Escobar.»

Un vero signore, è innegabile, si disse l’uomo.

La fama di Escobar era meritata. Era piuttosto popolare nella zona, quando era in grado di dare una mano a qualcuno non si tirava mai indietro: la sua ultima benemerenza riguardava l’elargizione di duecentomila euro alla famiglia di un bambino malato di cuore, che giusto la settimana prima era stato operato.

- «Señor Escobar, devo chiederle di seguirmi.» Colpita dalla luce delle alogene che illuminavano il patio, la pistola dell’uomo scintillò. «La prego, non opponga resistenza.»

- «Ma cosa…»

- «La prego, signore. La mia ammirazione per lei è tanta che dover usare la forza mi dispiacerebbe sul serio.»

Escobar lo fissò, stupefatto.

- «Non credevo che sareste arrivati così presto.»

 

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Michael Saint-Claire accolse il suo uomo migliore con un abbraccio.

- «Paolo! Bentornato!»

- «Grazie, Michael. La trovo bene.»

- «La terapia sta facendo effetto, per fortuna. Piuttosto, sono stato in clinica negli ultimi due giorni. Immagino che ti sia occupato tu di tutto.»

- «Certo.»

- «A che punto siamo?»

- «Sono arrivati tutti.»

L’uomo dai capelli bianchi si rallegrò. Paolo Magris era stato il migliore investimento che la Confraternita avesse mai fatto. Discendente da una famiglia che vantava affiliati dal tredicesimo secolo, era il miglior braccio operativo che avessero mai avuto. Puntuale, discreto, preciso sino ad essere giudicato maniacale, Paolo non aveva mai sbagliato durante le missioni che gli erano state affidate. Esperto dello stile Tigre-Gru, boxeur a tempo perso, sapeva diventare letale, se necessario. Saint-Claire gli avrebbe messo in mano la sua vita.

- «Perfetto. Chiama loro, adesso.»

- «Di già? Non vogliamo interrogarli prima noi? Potremmo…»

- «Chiamali, Paolo. Offri loro qualunque cosa, ma portali qui. Sono stati formati per anni per questo. È ora che assolvano al loro compito.»

- «Mi metto in moto subito.»

- «Bene. Li voglio qui entro tre giorni.»

- «Non si preoccupi. A costo di andarli a prendere di persona, ci saranno.»

 

Paolo Magris non avrebbe accettato ordini tanto perentori da nessun’altro, ma Michael Saint-Claire era per lui l’equivalente di un padre. Gli aveva dato un lavoro che amava, agiatezza economica, la possibilità di studiare in ambienti esclusivi. Aveva trentacinque anni e non riusciva a ricordarsi quando l’aveva incontrato la prima volta: i suoi genitori erano morti quando era molto piccolo ed aveva sempre vissuto con suo nonno, amico d’infanzia di Saint-Claire. Questi, figlio di padre scozzese e madre italiana, aveva conoscenze dappertutto e non aveva mai mancato di aiutarlo, e anche se era affetto da una forma di leucemia piuttosto rara cercava di essere sempre presente, sia sul lavoro che nella sua vita. Gli voleva bene, troppo bene per procurargli qualunque dispiacere. Avrebbe mandato il più bravo nelle pubbliche relazioni. Sì, Guido è la persona giusta.

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Alex Sullivan depose l’ultima valigia sul nastro trasportatore ed attese che l’addetta al peso fiscale dei bagagli gli dicesse di quanto sforavano rispetto allo standard permesso. Una penale veniva applicata ad ogni chilo di troppo, e sapendo quanto aveva faticato nel trascinare col carrello cinque valigie strapiene era preparato ad un importo alto, ma quando l’impiegata pronunciò la cifra per poco non gli venne un colpo. Un furto rimaneva un furto, anche se legalizzato. Sperò che l’uomo che al telefono gli aveva promesso un compenso principesco per il suo lavoro di storico medievale non l’avesse preso in giro. Pagò con la carta di credito, maledisse mentalmente chiunque avesse fissato quelle tariffe e con la sua tascapane stipata di libri procedette verso l’imbarco dell’aereo che l’avrebbe condotto a Parigi, dove ne avrebbe poi preso un altro verso la sua destinazione finale. L’uomo aveva parlato anche di una stretta collaborazione con il professor Anderson, un luminare della storia delle letteratura europea medievale, che da sola valeva il viaggio e centottanta dollari al check in. Il biglietto poi  era stato pagato dal suo misterioso nuovo committente di ricerche, e lo stesso sarebbe accaduto a tutti i suoi conti una volta a destinazione; la decisione di portarsi tutti quei libri come supporto alla ricerca era stata sua e ne accettò malvolentieri le conseguenze. Che ladri…

Stava ancora fissando incredulo la ricevuta in quando urtò abbastanza violentemente chi in quel momento stava incrociando la sua strada. Afferrò il corpo che aveva davanti come meglio poté per impedirgli di cadere, senza rendersi conto di dove stava mettendo le mani. Troppo tardi comprese di aver afferrato un braccio e di essersi appoggiato sull’attaccatura tra la coscia ed il gluteo  con l’altra mano. Lasciò la presa all’istante.

- «Hei, guardi che ha combinato!!!»

Aveva preso in pieno una donna.

Una donna che quando non era arrabbiata doveva essere carina, con lunghi capelli scuri e grandi occhi color caramello che privi di furia omicida dovevano essere piuttosto conturbanti. In mano teneva i resti di quello che era stato un caffè americano, e anche se la camicia, la giacca e i pantaloni erano completamente rovinati manteneva un certo contegno, sebbene fosse chiaro che moriva dalla voglia di renderlo altrettanto malconcio.

- «Mi perdoni, non so dove ho la testa…»

- «Provi a cercare nei pantaloni, magari la trova.»

Alex inizialmente non capì il riferimento, poi si accorse che le stava fissando con insistenza la camicetta. Beh, forse non proprio la camicetta.

- «Mi creda, se potesse togliersi i vestiti sarei immensamente felice…»

Una pausa di troppo e la pazienza residua della sconosciuta evaporò in una frazione di secondo. Il poco caffè rimasto si trasferì dal fondo del bicchiere alla faccia di Alex senza troppi complimenti.

- «Lei è consapevole di essere un porco?!»

Si allontanò velocemente, furibonda.

- «Intendevo dire che sarei stato felice di farli lavare a mie spese!»Aveva quasi gridato, e pensò che non avrebbe mai saputo se l’aveva sentito: non l’aveva degnato neanche di uno sguardo.

 

Fantastico! Dovevo proprio andare a sbattere contro il re dei maniaci sessuali?!

Fortunatamente il JFK di New York era un luogo pieno di risorse impensabili in qualunque altro aeroporto del mondo, ma quella disavventura era arrivata a costare 50 dollari di tintoria, senza contare i 200 spesi per un cambio d’abito acquistato nel duty free in tutta fretta. L’abito le sarebbe stato recapitato nel suo ufficio all’università, le avevano promesso che sarebbe tornato come nuovo, ma quello che l’aveva irritata maggiormente era stato il cattivo gusto di quel tizio. Senza contare che aveva dovuto sostituire il suo tailleur pantalone con un abitino in maglina troppo  attillato per i suoi gusti, dato che il resto era troppo corto o troppo scollato per lei. Per fortuna quel matto non aveva avuto a tiro il suo cappotto e le scarpe col tacco erano illese.

Katherine Anderson sperò di non incontrare mai più quel cretino. Dapprima aveva pensato che si fosse trattato di un semplice incidente, poi aveva fatto il conto e la maggior parte delle volte che le era capitato di essere tamponata a piedi dietro di lei c’era qualcuno che intendeva palparla, e anche in quel caso s’era verificato.

Da quando in qua si sostiene qualcuno mettendogli una mano sul sedere, stupido idiota senza cervello?!

Aveva ancora in mente il tentativo maldestro di “aiutarla” e lo sguardo azzurro dello sconosciuto imbambolato sul suo seno.

Maniaco.

E dire che non era neanche brutto. I capelli scuri erano un po’ troppo lunghi ma non stonavano con l’insieme ed il velo di barba di un paio di giorni gli donava persino. Era alto una quindicina di centimetri più di lei ed era vestito in modo casual senza risultare trasandato, ma si trovò ad ammettere che quello che l’aveva colpiva maggiormente erano quegli strabilianti occhi blu.

Due pezzetti di cielo per un maniaco… che spreco.

Sentì chiamare l’imbarco dell’aereo e si avviò verso il gate, sperando di non incappare in qualche altro intoppo sulla via per Parigi.

 

Quando trovò il suo posto sull’airbus della AirFrance Alex riuscì a stento a non scoppiare a ridere.

Seduta dal lato del finestrino, già completamente assorta nella lettura di un libro di Ellis Peters, c’era l’Erinni che gli aveva innaffiato la faccia di caffè appena mezz’ora prima, senza peraltro riuscire a sporcargli i vestiti. Lei invece si era cambiata, e si complimentò con se stesso. Nonostante la brevità dell’incontro, non si era sbagliato: era una donna che chiunque avrebbe notato per strada, non avrebbe saputo dire bene qual era la sua caratteristica migliore. L’insieme era accattivante, anche se piuttosto lontano dalla comune concezione di perfezione di moda e star system.

Si mosse il più silenziosamente possibile per evitare di distrarla, prese posto a sua volta e per attirare la sua attenzione sbirciò il libro, sfruttando la sua altezza.

- «Che cosa legge di bello?»

- «Ancora lei?! Devo denunciarla per molestie?»

Gli occhioni color oro liquido erano nascosti dietro ad un paio di occhiali da segretaria imbranata. Ciò che vide gli piacque tanto da prendere coraggio e tentare l’impossibile.

- «Le giuro che non avevo idea che avremmo preso lo stesso aereo. Prima intendevo dire che avrei volentieri pagato la tintoria per il danno che ho fatto, ma… non me ne ha dato il tempo.» Sei scappata insultandomi, per la cronaca.

- «Anche se volessi credere alla sua buona fede, come me la spiega quella mano sul mio didietro?»

- «Un terribile equivoco, sono stato preso alla sprovvista e volevo evitare che cadesse… ho fatto del mio meglio. Sono desolato, non avrei mai voluto fare nulla che potesse offenderla. Vorrei farmi perdonare.» Le rivolse il suo sorriso migliore e le porse la mano. «Io sono Alex.»

L’espressione di lei si sciolse finalmente in un sorriso. Aveva deciso di concedergli una chance.  

- «Io sono Kate, piacere di conoscerti.»

 

Kate dovette ammettere che Alex non era male: era riuscito a non toccare l’argomento lavoro per tutte le otto ore di volo. Solitamente la maggior parte delle persone che conosceva storceva il naso all’idea di trovarsi di fronte a qualcuno che aveva lo studio come principale occupazione nella vita. Alex, forse per rimediare al guaio che li aveva fatti conoscere, forse perché il suo carattere, l’aveva semplicemente fatta ridere. Un comico nato.

Le era quasi spiaciuto salutarlo al termine del volo a Parigi, e non solo perché era un uomo indubbiamente affascinante. Era l’uomo più divertente che avesse mai incontrato. Era evidente che era una persona di cultura, ma non aveva accennato né ai suoi studi né al suo mestiere. Si erano scambiati i biglietti da visita e si erano promessi di vedersi una volta rientrati in America. Non avrebbe chiamato per prima ma nonostante ciò era sicura che l’avrebbe rivisto.

 

Alex finì di caricare sul carrellino l’ultima valigia.

L’aeroporto di Firenze, intitolato all’uomo che aveva dato il nome all’America dalla quale Alex proveniva, non era certo grande, ma era ben organizzato. Ripensò a Kate per un istante, e gli venne in mente un’espressione di Chuck Palahniuk: lei era stata sicuramente la sua migliore amica porzione singola di sempre. Era indubbiamente intelligente, spiritosa e quando si era sbarazzata dell’aria da principessa di ghiaccio che sfoggiava con gli sconosciuti l’aveva conquistato. Aveva sorriso molto, e tutte le volte in cui l’aveva fatto l’intero aereo s’era illuminato.

La chiamerò prima di tornare a New York… un week end in Europa con lei non mi spiacerebbe affatto.

Vide l’uomo che era venuto a prenderlo da lontano, teneva in mano due cartelli ed uno di questi recava il suo cognome.

- «Sono Alex Sullivan. Lei dev’essere Guido, il signor Magris l’aveva descritta davvero bene.»

- «Sono colpito, professore. Il suo italiano è eccezionale.»

- «Chiamami Alex, e diamoci del tu se ti va... Ho studiato qui per due anni, e la vostra lingua ha fatto la storia. Non potevo esimermi. È stato un onore e un piacere.»

- «Mi commuovi quasi… i nostri giovani non conoscono più la nostra lingua… il professor Anderson non è con te?»

- «No, non ci siamo incontrati… avremmo dovuto?»

- «Certo. Vi abbiamo messi sugli stessi aerei apposta!»

- «Sta scherzando?»

- «Certo che no! Il volo per Parigi dovreste averlo fatto seduti vicini!»

- «Vicino me c’era seduta una ragazza, e ti garantisco non somigliava neppure alla lontana al professor Anderson… niente pelata, niente pancetta…»

- «Il professor Anderson è qui», disse una voce che conosceva alle sue spalle. «Niente pelata, niente pancetta, ma è qui.»

Kate era dietro di loro e sembrava resistere appena ad un attacco di risate.

- «Tu sei K. Anderson?» Alex non credeva ai suoi occhi.

- «Beh, sì. Mio nonno era Kevin Anderson ma è morto l’anno scorso. Si da il caso che io mi chiami Katherine, e che abbia una laurea, soprattutto. In realtà due, ma non sottilizziamo.»

- «Sì ma tu sei…» Non fece in tempo a terminare. Fu interrotto da Guido. A quanto pare fai a tutti lo stesso effetto, K. Anderson, pensò Alex.

- «Io sono Guido, professore. Guido Cavalcanti.» Le labbra del fiorentino le sfiorarono appena il dorso della mano destra.

- «Guido, ì vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento, e messi in un vasel ch'ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio… Sei un suo parente? Dio, l’Italia non finirà mai di sorprendermi.»

Il sonetto di Dante che Kate aveva citato strappò uno sguardo d’ammirazione all’omonimo del grande poeta. 

- «Sono suo bis-bis-bis-bis-bis-bisnipote, ma i bis sono molti più di questi. Ho un nome un po’ impegnativo ma cerco di portalo meglio che posso. Professore, basterebbe la sua conoscenza dei nostri poeti a giustificare la vostra presenza qui, ma vi prego di seguirmi… in città ci stanno aspettando.»

- «Solo una cosa, Guido… chiamami Kate. Quando mi chiami professore mi viene istintivo cercare in giro mio nonno.»

 

 

Parecchie ragioni mi hanno spinta ad iniziare questo “coso”.

Anzitutto, l’allenamento. Finché non inizierò a scrivere qualcosa di davvero serio questo potrà essere un buon esercizio di stile, senza considerare che le vostre critiche (da lasciare nei commenti, ci tengo) potranno aiutarmi a crescere come scrittore (sempre che io sia qualcosa di lontanamente simile al significato di questa parola).

Io ho bisogno di raccontare le storie che mi nascono nella testa, altrimenti non mi sento realizzata. Questa spingeva da un po’ per uscire, quindi eccola qui.

Ho cercato e cercherò di essere il più descrittiva possibile, se non altro perché le ambientazioni che ho in mente sono molte: se non lo fossi abbastanza, ditemelo.

Per quanto riguarda i gusti musicali di James Clayton, si tratta di semplici passioni. Quella per i Deep Purple spero di non doverla spiegare. Io amo la musica anni ’60, ma riuscite ad immaginarvi un inglese che ascolta i Profeti? L’unico modo per citarli era sfruttare il nome di qualcun altro ed un piccolo trucco linguistico. A buon intenditore…

 
28 Settembre 2008

AL BAR DELLO SPORT

Io tifo per la Juventus. Lo sanno tutti, c'è persino lo scudetto della mia squadra apposto sul blog.
Questo però non mi impedisce di essere obbiettiva.
José Mourinho è un grande allenatore, forse il migliore in circolazione in questo momento, ma lo stimo soprattutto per un motivo: dice sempre quello che pensa, senza paura. I giornalisti hanno DAVVERO rovinato il nostro calcio, i diritti tv gli hanno dato il colpo di grazia. Non si bada più a creare spettacolo ma a creare polemica, in ogni situazione si va alla ricerca del pettegolezzo più assurdo, della critica infondata, del casus belli di cui discutere per settimane. E chi se ne frega se poi le partite sono brutte, se i campioni strapagati fanno capricci da prima donna. Penso, per usare le parole del mitico Elio, a quelli che hanno fatto un abbonamento da un miliardo in tribuna rossa, a chi tutte e domeniche soffre in curva. Il nostro calcio è la rappresentazione materiale della totale mancanza di rispetto per la categoria dei tifosi.
Lasciate lavorare il signor Mourinho e smettetela di criticare tutto quello che dice e fa. (E stasera, siccome i milanisti mi irritano più di qualunque altra tifoseria al mondo, vai José!)

GOOO VALE GOOO! E sono otto...
Che dire di Rossi? Che ce l'ha fatta perchè lui Vale? Naaa... Per il migliore non ci sono abbastanza parole. Dominatore assoluto quest'anno su una moto che non è certo la più veloce (vero, Suppo?).
Dominatore sempre quando si è trattato di mettere in mostra il talento, il fuoco sacro che arde in pochi. Come ho già detto per Ayrton Senna, esistono i piloti per mestiere e i piloti per destino, per ragion d'essere. Valentino, come Ayrton, è un componente di quest'ultima categoria. E sembra che l'abbia dimostrato in pieno.

No comment sulla Ferrari... ultimamente solo delusioni. Magie il sabato e catastrofi la domenica, senza contare che la sfortuna si sta accanendo i nostri non brillano certo per forma e risultati. Spazio ai commenti dei lettori per quanto riguarda la scuderia di Maranello, dopo la gara a Singapore a me viene in mente solo una soluzione pallavolistica. Quando la squadra va male si cambia l'alzatore, che a mio avviso è il personaggio più importante nel sestetto, colui che determina la strategia, che tiene unito il gruppo, che deve decidere da che lato schiacciare e come. Cambiamo i piloti.
Ti prego, Domenicali.  
La mia opinione è di sicuro sbagliata, ma dopo quel cordolo e la conseguente botta di Kimi a 5 giri dalla fine l'amarezza di oggi è tanta...



 
18 Settembre 2008

ALCUNI CAMBIAMENTI

Che cosa non troverete più qui:
- Cose mie private. Nevermore. A meno di laurea, morte, matrimonio et similia.
- Lamentele varie riguardanti il mio privato.
- Allusioni riguardantiil mio privato.
Che cosa potreste trovare qui:
- Articoli di varia natura
- Racconti di varia natura
- Recensioni di varia natura

 
16 Settembre 2008

SENZA PAROLE QUASI

Che crisi.
Pensavo che me la sarei sentita meno, che ci sarei stata meno male, che l'avrei considerata meno.
E invece no.
Sta andando peggio del previsto, me la sto prendendo con tutti quelli che mi capitano a tiro, sono arrabbiata, delusa, triste, amareggiata, quant'altro.
Perché comunque dopo 24 anni è durissima.
Non ho il pedigree.
Mi mancano i mezzi.
Una cosa da film anni ottanta ambientato in un college americano, in cui c'è il gruppetto di ragazzi ricchi che denigra ed offende tutti gli altri. 
Io sono una degli altri, la nerd fuori moda con gli occhiali, in questo caso, per qualcuno in cui ho sempre creduto, di cui mi fidavo al massimo.
Mi sento sola al mondo, il fatto è questo. E ciò non perchè la mia vita ruotasse intorno a questa persona, ma per il tradimento della fiducia, il fatto di non poter piangere con nessuno, il non poter spiegare tutto quello che nel tempo ho fatto per aiutarla, appoggiarla.
Però mi mancava qualcosa, e quel qualcosa è stato chiarito, e quel che è peggio è che non ho colpe in tutto questo, è una ragione stupida, futile, una non-motivazione dettata da chissà quali veri pensieri. Non mi interessano, non più, ma ho troppa amarezza dentro.
E' peggio di quando un uomo ti tradisce. Uomini ce n'è tanti, gli amici, quelli veri, li conti sulle dita di una mano. Ho dovuto depennarne definitivamente una dalla lista.
Nel frattempo sono riuscita ad avventarmi su chi non c'entrava nulla perchè... non so neanche perchè. Gli domando scusa, umilmente, l'ho già fatto in privato e lo faccio ora pubblicamente. Mi vergogno di me, ma giuro, non lo avrei mai fatto se non fossi stata fuori di me. Ieri sera ho rivisto nello specchio dopo mesi la Francesca davvero arrabbiata, con gli occhi arrossati e senza lacrime che stringe i pugni per non distruggere tutto.
Ventiquattro ore dopo mi sento il cuore pesante e mi sento abbandonata.
Volevo dire solo questo.
Non mi giustifica, però volevo dirlo.

 
06 Settembre 2008

IERI, OGGI E DOMANI. MA SOPRATTUTTO OGGI, DIREI.



Ma cosa stai dicendo?!
Noi si evita. Noi non ci vediamo!!! 
Sarà anche per questo che Mina ci piace tanto?
(pregasi considerare solo la primissima parte della canzone)

 
09 Agosto 2008

MADRE NATURA...

...è una puttana.
Dare ad un fiore la forma di un pene enorme (non a caso il suo nome scientifico è
Amorphophallus titanum) e farlo puzzare di carne putrefatta mista ad escrementi non è carino. Proprio no.

MEMORIES

Fantastico.
E' quasi mezzanotte, è venerdì sera e bevo camomilla dalla mia tazza Prontissimo mentre guardo puntate di Camera Café. 
La guardo ma mi viene da sorridere. Penso a svariate cose legate a questa tazza, per esempio agli ex colleghi che si presentavano ai clienti come "Matusalemme" o "Gedeone"; la cena di Ferragosto con Beppe che ha raccontato la sua vita superavventurosa; due paia di occhi che si incrociano in D21 e D22 e bang!; il freddo gelido in piena estate e il caldo allucinante d'inverno.
Il lavoro non era certo il massimo. Anzi.
Ma il resto mi piaceva e un po', in un momento come questo, mi manca.
L'unica nota positiva della serata è stata la scoperta, da parte mia, del miglior sketch della storia di Camera Café. Il primo minuto e mezzo di questo video, vi giuro, mi ha fatto piangere dal ridere.

 

 

 

 

 

 
08 Agosto 2008

...

 
07 Agosto 2008

QUI PARLA ALETTO, MI SENTITE?

Nella mitologia greca Tisifone, Aletto e Megera erano conosciute come Erinni, terribili donne alate con serpenti al posto dei capelli.
Un mito sostiene che siano nate dal sangue colato dal pene evirato di Urano, un altro che siano figlie di Nyx, dea della Notte terrestre, sorelle di Etere, di Emera, di Eris, di Nemesi, di Thanatos, Hypnos e Momo.
Probabilmente è proprio Momo in questo momento a sussurrarmi all'orecchio. Il dio del biasimo e della maldicenza mi dice un sacco di brutte cose. E io divento un'Erinni o, se preferite, una Furia. I miei capelli aiutano.  
Le Erinni, o Furie appunto per i Romani, erano le dee della vendetta ma non solo. Erano soprattutto le dee che miravano a creare il senso di colpa in chi aveva compiuto qualcosa di sbagliato. E se il senso di colpa nasceva e questi si dimostrava pentito, si trasformavano in fanciulle bellissime e consolatrici, le Eumenidi.
Che cosa trasformerà la Furia in Eumenide? (Sempre che questo accada.)
Alla prossima puntata, miei prodi amanti dell'epica.




P.S.: Per i maligni che tra voi mi staranno immaginando a smanettare su Wikipedia per trovare tutti questi nomi... Pivelli, in queste cose io ci sguazzo da quando ero piccola, le conosco a memoria queste storie. Il che, se volete, spiega un po' la mia anormalità.

OGNI EX A.P. DEL MONDO CAPIRA'... OH SE CAPIRA'!!!

-.-

 
06 Agosto 2008

NOTTURNO, CAMDEN LOCK



Mi vengono sempre le lacrime agli occhi quando ascolto questa canzone, vai a capire perché. La adoro. Finalmente l'ho trovata su youtube, quindi... beccatevela.

 
05 Agosto 2008

GENERAZIONE DI FENOMENI

Chi, come noi è cresciuto ammirando le alzate di Tofoli, i servizi di Sartoretti e l'intera Italvolley, per non parlare delle schiacciate di quel geniaccio di Bas Van de Goor, il Michael Jordan della pallavolo, oggi non poteva non divertirsi...
GRANDE PARTITA, GRAZIE!!!!

 
03 Agosto 2008

IL CUBO DI RUBIK E L'INCORREGGIBILE STREGA

Ieri sera sono uscita vestita che sembravo una delle Streghe di Eastwick.
Mi trovavo in un pub di Torino con un amico e mentre lui è gentilmente andato a prendere da bere per entrambi ho origliato, senza vergogna alcuna, le chiacchiere del tavolo vicino.
Una ragazza, che avrà avuto una ventina d'anni, si lamentava con il suo accompagnatore, di quanto, Minchia oh!,  fosse complicato risolvere il cubo di Rubik che aveva ricevuto in regalo acquistando una rivista.
Lo aveva lì. Lo fissava, se lo rigirava tra le mani ma nemmeno provava a ricomporre lo stesso colore su tutte e sei le facce del rompicapo.
Ci siamo impigriti.
Siamo ormai una nazione dal cervello irrimediabilmente arrugginito dalla mancanza di studio, di desiderio di confronto con noi stessi e con gli altri, dalla Playstation, da Lucignolo e da Studio Aperto, dalle riviste che ti insegnano come fare sesso acrobatico, dal divertimento a tutti i costi, dal se non mi sballo non sto bene, dalla raccomandazione obbligatoria, dalla penuria cronica di talento.
Da un sacco di cose.
Questo genere di visioni mi mettono sempre tristezza.
Perché ho la sensazione di essere io quella strana, quella un po' fuori dal tempo, se cerco di far capire in continuazione che sono più di un culo ed un paio di tette? E soprattutto, perchè io avrei passato la serata a cercare di rompermelo sul serio, il capo, col cubo di Rubik, magari mentre chiacchieravo col mio amico?
Domande, solo domande. Anche stupide, per giunta. Poi mi domando perché la gente mi evita (beh, non tutti, alcuni).

 
30 Luglio 2008

TOTALMENTE AFFASCINATA

Ed abbacinata, direi, visto il caldo che ho beccato oggi.
La mia visita alla sinagoga di Torino per motivi legati alla stesura della tesi è stata, nel mio piccolo, un evento.
Ci avevo girato intorno un sacco di volte, ma non mi avevano mai permesso di entrare.
Stavolta avevo appuntamento col Rabbino capo in persona, ed è stato lui a darmi le maggiori sorprese.
Mi aspettavo un uomo di cultura, un uomo di fede, mi sono trovata davanti un vero e proprio pozzo di sapienza. Senza fondo.
Ha citato pagine intere di libri a memoria, titoli su titoli per farmi imbastire una bibliografia.
La scimmia curiosa ed assetata di conoscenza che è in me gli ha persino chiesto se potevo presenziare alle lezioni della scuola rabbinica; per i non ebrei non è possibile, ma posso pur sempre, a suo dire, andare a chiacchierare con lui quando mi va.
Di sicuro il rabbino mi rivedrà, e non perchè io abbia deciso di convertirmi (sono già una pessima cattolica, non c'è bisogno di un altrettanto pessima ebrea in giro), ma perchè sono convinta che queste persone, in termini culturali, possano darmi moltissimo.

 
28 Luglio 2008

AVRO' ANCHE DUE BRACCIA BELLISSIME, MA SONO PUR SEMPRE RUBATE ALL'AGRICOLTURA...





Per la cronaca, Cassina si chiama Igor, e non Ivan...
Ma alzino la mano quelli che tra voi non stanno immaginando un "Movimento Cassina" a due... :P :D
Fossi nata negli anni '60 sarei potuta diventare ideologa del Partito dell'Amore, avrei avuto l'età giusta per lavorare alla fondazione del mitico partito di Moana e Cicciolina! :D Stando a vedere quello che (involontariamente, giuro) mi invento, avremmo stravinto le elezioni. 

La canzone ascoltatela è meravigliosa!

 
26 Luglio 2008

WHY SO SERIOUS?

Premessa: a me i film sui supereroi piacciono. Li ho visti proprio tutti, ma tutti tutti.
Perchè sono una fumettomane, e mi piace vedere gli eroi di carta portati sullo schermo.
L'ultimo capitolo dedicato all'Uomo Pipistrello però merita davvero, per svariate ragioni.
Sin dalla scena iniziale, una rapina che pare più marchiata Tarantino che Nolan, vi verrà in mente qualcosa che forse, prima, non avevate mai pensato: il tempo del cazzeggio per Batman è finito.
Nolan mantiene le promesse di Batman Begins, il nostro è concentrato soltanto sulla sua missione, Gotham è sempre cupa e gotica e questa volta anche i cattivi lo sono. Scordatevi Poison Ivy la civetta, la Catwoman sadomaso, il Pinguino, lo Spaventapasseri. Dimenticate quel trio rockabilly composto da Mr. Freeze/Schwarzenegger, Due Facce/Tommy Lee Jones e l'Enigmista/Jim Carrey. Soprattutto, cancellate il vecchio Joker, Jack Nicholson, perchè il nuovo Joker gli da una marea di punti.
Il Joker di Nicholson era a tratti una macchietta, un cattivo divenuto tale a causa di una caduta nell'acido. Senza Batman sarebbe rimasto un delinquente di mezza tacca.
Il Joker di Heath Ledger, invece, è l'archetipo del male. Gratuitamente crudele, bugiardo, lucidamente folle, privo di regole, non diviene tale per dare al Pipistrello un nemico di turno, è un personaggio già consolidato quando inizia lo scontro. In lui trova semplicemente un  avversario degno, l'altra faccia della medaglia, l'unico con il quale sente di poter trattare da pari a pari. C'è una ragione se non lo uccide quando ne ha l'occasione, e lui stesso ammetterà che senza di lui... si annoierebbe.
Il Joker di Nolan è più vicino a quello dei fumetti, quello di Burton è... burtoniano, che altro termine usare? Lo stile del regista è noto.
E' stato però lo spessore dell'interpretazione di Ledger ad impressionarmi.
Jack Nicholson è un mostro sacro, ma vi garantisco, fa la figura del dilettante.
Heath incute paura. Paura vera.
Il trucco, sporco, sfumato, lo aiuta; le cicatrici marcate, ben diverse dalla semiparesi di Nicholson, lo rendono più inquietante, è vero. E' lo sguardo però ad esprimere tutto il nero dell'anima del Joker, un criminale che, a modo suo, rappresenta l'ideale della categoria, così come Batman è il supereroe.
Questo Joker è il cattivo.
Rileggendomi, mi viene in mente che Heath Ledger dev'essere stato ispirato dal personaggio della letteratura da cui deriva il suo nome, l'Heathcliff di Cime tempestose, un antieroe perfetto che non si può non amare; andate a vedere il film e poi ditemi: quanto amate questo Joker?



P.S.: Il post l'ho scritto prima, Morgan e soci chiamavano... e persino io che non amo i concerti mi sono divertita un mondo.

 
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